domenica 24 maggio 2009

Contraffazioni: il made in Italy lasciato senza difesa

Il 2008 per i settori del comparto moda italiano (tessile, abbigliamento, calzature, pellicceria, sartoria e attività connesse) si è chiuso con un fatturato complessivo di 66,5 miliardi di euro. Un calo del 4% rispetto al 2007 che potrebbe venire recuperato facilmente se la lotta alla contraffazione facesse finalmente un salto di qualità.
Un fattore di competitività decisivo per la stragrande maggioranza delle 25mila aziende piccole e medie aderenti a CNA Federmoda è, infatti, l’istituzione di un marchio di tracciabilità che oltre a monitorare la filiera produttiva fornisca al consumatore tutte le informazioni necessarie a ricostruire la storia del prodotto che sta acquistando. “Abbiamo di fronte una grande sfida: sfruttare questo momento storico che vede il sistema economico internazionale in difficoltà, per proporre e valorizzare il modello italiano che ha in sé tutte le condizioni per superare la crisi e vincere sui mercati – afferma Antonio Franceschini, Responsabile Nazionale CNA Federmoda -. Per fare questo dobbiamo senza indugio rilanciare la manifattura come elemento base della ‘nuova economia’ che si sta affermando a livello mondiale e rafforzare i tratti originali del nostro sistema. Nel mondo, infatti, sta prendendo forma un concetto di virtuosismo produttivo, basato su creatività, qualità dei processi, dei materiali, dei dettagli, che è la caratteristica specifica del nostro modo di fare impresa e di stare nei mercati” (nella foto Adriano Stefanelli, con le scarpe di Obama).
Dobbiamo, insomma – secondo gli artigiani della moda -, sfruttare il momento storico favorevole al made in Italy. La qualità della vita italiana, lo stile italiano di cui noi a volte non cogliamo appieno le potenzialità sono fortemente apprezzati all’estero e i nostri distretti industriali dove nascono vestiti, scarpe, borse, complementi di moda, pellicce potrebbero essere ancora la chiave di volta di un possibile terzo Rinascimento. “E venuto il momento per il nostro sistema produttivo, di porsi alla guida di un movimento globale che si proponga di elaborare un modello di sviluppo alternativo a quello fin qui tracciato dalla globalizzazione – afferma Franceschini -. Questo però pone al centro del dibattito la questione di una concorrenza equa, punto che le piccole e medie imprese manifatturiere e le imprese artigiane italiane condividono e sostengono da sempre. Si tratta di definire una volta per tutte qual è il mercato di riferimento e quali sono le regole della competizione che devono essere le stesse per tutti i players”.

Ma su questo punto in Italia ci sono delle lobby molto forti che da anni impediscono l'approvazione di una legge in questo senso. Il valore della nostra produzione nel contesto internazionale si può difendere solo se saremo in grado di garantire ai consumatori di beni di lusso che il prodotti etichettati made in Italy, siano realmente prodotti italiani. Se però il governo al di la delle dichiarazioni di facciata non fa il suo dovere le nostre piccole imprese sono e restano senza difesa.

0 commenti:

Posta un commento