sabato 9 maggio 2009

Auto: la frontiera del riciclo si chiama fluff

Il “dinosauro” come lo chiama il suo proprietario, Michele Balestrucci, titolare della Metalmilv, uno dei più importanti trasformatori italiani di rottami metallici, ingoia ogni ora 80 cubi di lamiera compressa che un tempo erano automobili targate Fiat, Opel, Volkswagen. Li spezzetta nelle sue viscere meccaniche e li scompone in ordinati mucchietti d’acciaio, rame, alluminio e altri metalli non ferrosi, cavi elettrici e fluff, cioè residui di plastica, tessuti e altre sostanze di scarto.
L’impianto di Bollate (Milano) costato nel 2004 circa 23 milioni di euro, riesce a recuperare fino all’80% dei materiali contenuti in un veicolo ed è stato scelto per realizzare il test di separazione e recupero dei materiali delle vecchie auto previsto dall’Accordo di Programma siglato nel 2008 dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e dalle principali associazioni di categoria del settore (Anfia, Unrae, Federaicpa, Assodem, Aira, Ada, Car-CNA e Assofermet). Obiettivo della prova, che ieri ha visto la frantumazione di circa 400 veicoli, un campione rappresentativo del parco auto fuori uso nazionale (1,5 milioni di vetture l’anno), era dimostrare ai rappresentanti del Governo presenti al test il livello di qualità raggiunto nei processi di separazione e recupero che consente di definire le normative più efficaci per raggiungere il target dell’85% di riciclo fissato dalla direttiva europea in materia.
“Attualmente si recupera senza problemi il 75% del veicolo, tra metalli, pneumatici, vetri, cerchioni di alluminio, paraurti e plance – osserva Luca Carbonoli di Assofermet, associazione che riunisce i commercianti di metalli, rottami e ferramenta -. Questo moderno impianto dimostra che è possibile arrivare a superare quota 80% vagliando più a fondo il fluff, ma il problema resta sempre come smaltire la quota non recuperabile, quel 20% residuo che attualmente finisce all’estero per mancanza di impianti di trattamento in Italia”.
I rappresentanti delle istituzioni e dei soggetti economici firmatari dell’accordo, aziende della filiera della rottamazione (che vale circa 500milioni l’anno), lo hanno ribadito con forza: senza una nuova normativa nazionale che definisca in modo più equilibrato e gestibile il problema di questi “rifiuti”, introducendo ad esempio la categoria dei “sottoprodotti”, sarà difficile trovare una soluzione economicamente sostenibile e le nostre imprese, produttori di auto, demolitori, aziende di rottamazione, dovranno continuare a farsi carico dell’onere di esportare in Germania e in altri paesi dotati di inceneritori e discariche dedicate, 350-400mila tonnellate l’anno di fluff al costo minimo di 140 euro la tonnellata.

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