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Un Masterplan leggero, sobrio e molto flessibile (sicuramente più economico rispetto alle previsioni) quello presentato martedì scorso a Palazzo Reale alla presenza di tutti i protagonisti istituzionali di Expo 2015, dall’ad Lucio Stanca e dagli archistar Stefano Boeri, Richard Burdett, Mark Rylander e Jacques Herzog autori del progetto.
“Non è il Masterplan definitivo – si è affrettato a dire Stanca -, ma un Concept Masterplan, un insieme cioè di linee guida di quello che sarà il piano generale del sito sul quale dal 1 maggio al 30 ottobre 2015 si svolgerà l’esposizione”. Un grande “orto botanico globale” di 925mila metri quadri che non prevede all’interno nessuna costruzione, ma è coperto solo da serre e tende rimovibili, dove i padiglioni dei singoli Paesi espositori saranno in realtà orti coltivati con le colture tipiche di ogni nazione, ma anche luoghi di trasformazione dei prodotti e di degustazione del cibo. 140 lotti di 100 metri per 20 affacciati sul “cardo”, il boulevard lungo 1.500 metri che attraversa tutta l’area espositiva completamente circondata dall’acqua di un canale alimentato dal lago che farà da bacino al sistema idrico della megapiantagione. Le altre strutture principali del “concept” illustrato dai progettisti sono un teatro ipogeo all’aperto e una collina costruita con le terre di escavazione alle estremità del “cardo”, una grande hall al centro e il lago all’estremità del “decumano”, l’altro asse viario del sito. Questa in sintesi l’immagine mostrata ieri dai designer che ha suscitato gli entusiasmi ambientalisti (“si sente il profumo dei campi” ha detto il Presidente della
Provincia di Milano, Guido Podestà”) dei titolari della manifestazione e dei responsabili delle istituzioni locali milanesi i quali hanno salutato come “fortemente innovativa” la proposta perché – hanno affermato - contiene in sé stessa l’idea e il tema della manifestazione: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Un concept che farà felici anche gli ambientalisti perché non prevede ulteriore consumo del suolo, come avevano temuto, ma anzi la sua massima valorizzazione ambientale, e restituirà alla fine della manifestazione alla città un’enorme area verde attrezzata a parco agricolo.
“Abbiamo concepito Expo 2015 come un antimonumento, un omaggio alla bellezza e alla leggerezza della natura, non la Tour Eiffel, trionfo della tecnologia meccanica, ma il giardino terrestre globale del 21° secolo, un luogo memorabile – ha sottolineato Herzog proiettando le immagini di quello che potrebbe essere il sito dell’esposizione universale -. Il parco botanico planetario che abbiamo immaginato è diviso in cinque grandi aree dove riprodurre la biodiversità climatica: tropicale, seccca, umida, temperata, arida. Un Masterplan flessibile nelle variazioni architettoniche, ma solido nella sua struttura insediativa, un nuovo pezzo di città che crescerà attorno a un’area verde, aperta e produttiva”. Un Masterplan che non si limita a immaginare il sito, ma interpretando il progetto delle Vie d’Acqua si estende anche all’esterno di Expo focalizzando l’attenzione al recupero delle 70 cascine comunali che punteggiano i i bordi della metropoli in connessione con la trama dei corsi d’acqua che scorrono sul territorio.
"Il concept verrà elaborato dai tecnici del Comune di Milano in collaborazione con il Politecnico, poi fino a fine 2011 le diverse parti del piano saranno poste a gara per le progettazione definitiva e nel 2014 procederemo agli appalti per la costruzione del sito – ha annunciato Lucio Stanca -. Il concetto è innovativo perché interpreta lo spirito del tempo, è sobrio, bello, emozionante, fatto per comunicare esperienze, non per essere guardato, ma vissuto dal visitatore. Che eredità lascerà alla città? Noi non la vogliamo predeterminare; il progetto è molto flessibile e lascia libera la città di decidere sul futuro dell’area. E questa è stata una precisa scelta”.
La crisi dell’oreficeria è globale e lo dimostrano i dati di De Beers, leader mondiale della produzione di diamanti, che ha registrato nei primi sei mesi dell'anno un calo di vendite del 57% rispetto al primo semestre 2008. I fatturati delle nostre aziende produttrici di gioielli, monitorate dal Club degli Orafi sono calati del 19,2% nel 2008 mentre i consumi interni hanno registrato un -35,83%.
Le prospettive non sono rosee, ma i produttori più innovativi di questo storico settore del made in Italy vedono la fine del tunnel abbastanza vicina e ostentano ottimismo. L’importante per le aziende è continuare a investire e rispondere alla domanda di gioielli belli e possibili che caratterizza la nuova clientela più giovane e dinamica. “Il 2009 offre diverse opportunità di sviluppo per il mercato della gioielleria – dicono gli imprenditori e i manager -. Oro e gioielli sono considerati da una fascia di consumatori beni sicuri in cui investire e il mercato nazionale dei gioielli di tendenza e design presenta ampi margini di crescita”.
Nuovi target di clienti da conquistare inseguendoli anche sui più diffusi social network, nuovi prodotti di tendenza facili da indossare e da proporre a tutti, grande innovazione dei punti vendita, rafforzamento dei brand, nuovi testimonial, uso massiccio della televisione. Queste le strategie messe in atto dalle nostre imprese consapevoli del fatto che la gioielleria è diventata una cosa sostanzialmente diversa rispetto a qualche decennio fa. L’oro giallo non è più di moda, le produzioni fantasia sono belle e ricche, di grande qualità, pertanto la donna può acquistare ed esibire oggetti bellissimi a costo molto conveniente, mentre fino a ieri un gioiello era un vero e proprio investimento, difficile da cambiare ogni mese. Oggi, invece, la voglia di cambiamento si può soddisfare con disinvoltura. Esiste ancora la clientela che cerca solo gioielli “importanti” dai 15-20mila euro e oltre, ma si sta imponendo una fascia di nuovi consumatori, attratti soprattutto dall’articolo bello e di design, più che dal valore delle pietre e dei metalli impiegati.
Gioielli che piacciono, senza essere troppo impegnativi, cose belle e preziose che costano da 30 a 500 euro, ognuna scelta per soddisfare un desiderio o per festeggiare una speciale occasione. Perché solo così “un gioiello tira l’altro”. Come le ciliegie.
La gabbia del montacarichi di cantiere sale sferragliando appesa all’esterno della torre di cemento armato più alta d’Italia che la Regione Lombardia sta costruendo a Porta Nuova.
Quando la gabbia si ferma di schianto, ondeggiando paurosamente all’altezza dell’ultimo terrazzo, il panorama mozzafiato che si gode dai suoi 163 metri di altezza vale la vertiginosa avventura della salita. Da quassù il grattacielo Pirelli è solo un tetto come gli altri e la pesante mole della Stazione Centrale ridotta a una tortina di sabbia bianca come quelle fatte con la paletta e il secchiello dai bambini in spiaggia. “E pensare che l’abbiamo costruita in meno di un anno – osserva soddisfatto il professor Franco Mola, docente del Dipartimento di Ingegneria strutturale del Politecnico di Milano e progettista delle strutture in opera -. Tutto sommato non è neanche molto pesante, tutto il complesso pesa 75mila tonnellate”.
Una torre da record, ma per poco. La sua altezza sarà infatti superata dal grattacielo principale della Città della Moda che sorgerà poco distante con i suoi 215 metri ed anche dai tre più alti previsti dal progetto "CityLife". Per ora però, la torre dell’Altra Sede della Regione, voluta dal governatore Formigoni per riunire tutti gli uffici dell’ente, oggi dispersi in una galassia di sedi, con i suoi 39 piani gode il privilegio di guardare tutti dall’alto. Quando sarà consegnata nel 2010, ospiterà, con i quattro edifici di nove piani che ne circondano la base, oltre alla presidenza, gli uffici politico-amministrativi del protocollo regionale, mentre gli ultimi piani della torre saranno invece destinati al pubblico che potrà usufruire di un bar belvedere ed un terrazzo con giardino.
I palazzi che si avvolgono in modo sinusoidale attorno alla torre ospiteranno anche un ufficio postale, una banca, una scuola materna, un auditorium multifunzionale, diversi bar, ristoranti. Al centro di essi è prevista una grande piazza pubblica di 4mila metri quadrati interamente coperta da un avveniristica cupola ovale che richiamerà alla Galleria Vittorio Emanuele.
L'area occupata dal complesso di edifici è di circa 30mila metri quadri, e prevede due piani di parcheggi interrati, 3.300 mq di aree a bosco e 7.000 di giardino pensile. Il tutto al centro di un piano integrato di intervento di oltre 230mila mq. Il progetto, vinto nel Aprile del 2004 dallo studio newyorkese Pei Cobb Freed & Partners, in collaborazione con Caputo partnership e Sistema Duemila, riqualificherà l'intera zona grazie anche ai grandi progetti dell'area Garibaldi-Repubblica e Isola.
Per fortuna ci sono gli smartphone. Il telefonino, per la prima volta nella sua storia è costretto a segnare il passo. Sui mercati dell’Europa occidentale, nel 2008 ne sono stati consegnati 190,5 milioni, il 5,9% in meno del 2007. L’unico segmento di questo business che viaggia in controtendenza è quello dei cellulari multimediali di ultima generazioni che ha registrato un +36% anno su anno. In Italia poi, hanno registrato una performance esplosiva più che raddoppiando le vendite, passando dalle 290mila unità del 2007 alle 700mila del 2008.
La loro tumultuosa crescita è stata trainata, secondo gli analisti di Net Consulting, soprattutto dalle applicazioni business, ma quest’anno quasi tutti i produttori si stanno focalizzando sulle applicazioni entertainement privilegiando nella comunicazione i messaggi che presentano i punti di forza delle rispettive offerte: tecnologia innovativa, facilità di utilizzo, design, crossmedialità. Secondo gli analisti di Needham
& Co questo mercato è trainato a livello mondiale da due protagonisti, Blackberry e iPhone che non fanno parte ufficialmente del Ghota della telefonia mobile, ma insieme catturano un terzo circa del mercato totale degli smartphone. In particolare sorprende il risultato di Apple che con un solo dispositivo in due versioni, ha raggiunto quota 1,1% nel business mondiale dei cellulari. Il segreto di questo grande successo sta proprio nella riuscita integrazione di hardware e software.
Lo sforzo dei grandi costruttori di telefonini scesi in forze su questo nuovo terreno competitivo si concentra dunque sulle caratteristiche dei terminali e sull’integrazione dei nuovi servizi basati su internet che fanno del cellulare il nuovo computer portatile.
La pole position mondiale dei produttori non è cambiata: Nokia sempre saldamente in testa a quota 42% circa; Samsung, al secondo posto con una quota del 24,3%; Sony Ericsson, pur mantenendo il terzo posto in Europa Occidentale, è scivolata al 14,9%. Le loro strategie di comunicazione hanno molti punti in comune, ma anche delle differenze marcate.
Il leader mondiale Nokia punta a coprire con modelli appositamente studiati la domanda di applicazioni che appare diversificata nei diversi target. Samsung che è stato il primo a introdurre il cellulare full touch punta su tecnologia e design rivolgendosi a tutti i target con un’offerta larga segmentata principalmente dal prezzo. Sony Ericsson infine punta le sue carte sulla domanda di applicazioni entertainement. La campagna d’autunno vedrà mobilitati tutti i mezzi con una preferenza spiccata per l’outdoor e per il web, canale privilegiato per coinvolgere il consumatore più esigente in grado di apprezzare maggiormente le innovazioni offerte dai nuovi telefonini “intelligenti”.
“Cari sindaci, sono qui, se qualcuno ha voglia di rovinarsi il futuro facendosi fotografare con me sono a sua disposizione. Costo, 35 euro a foto, le pago io si intende…”. Mercoledì scorso sono stato mandato dal mio giornale a seguire l’inaugurazione della Brebemi, cerimonia avvenuta a Urago d’Oglio alla presenza del Presidente del Consiglio. E’ stata la prima volta che ho potuto osservare a lungo e da vicino Silvio Berlusconi, ascoltarlo parlare ufficialmente e informalmente con persone diverse, e posso dire di avere compreso le ragioni del suo grande successo personale. E’ umanamente molto simpatico e la cosa colpisce di più e con più forza proprio quelli come me che invece non lo amano né lo apprezzano, politicamente e culturalmente.
E’ un uomo dotato di un carisma naturale che attira fisicamente il prossimo come una calamita. Dote che ne fa inevitabilmente un capo, ma un capo di tipo diverso dal solito, un capo simpatico, alla mano, molto spontaneo e pieno di calore. Non è un leader autoritario, che ti attira con la sua potenza; è un leader “democratico” che ti coinvolge nel cerchio di luce calda che lo segue come un riflettore. Un leader che ostenta le sue debolezze umane e ci ride sopra senza problemi anche perché sa, è sicuro, che per queste debolezze la maggioranza degli italiani, anche di quelli che non votano per lui, è pronta ad assolverlo.
Dopo essersi fatto fotografare praticamente con tutti, operai, poliziotti, baristi, sindaci, Berlusconi ha dominato la scena per tutta la mattinata, nel suo intervento a braccio ha rassicurato, blandito, elogiato, applaudito, promesso, soprattutto promesso, come una divinità benigna, il suo uditorio. Ha promesso anche alle migliaia di abruzzesi sotto le tende che andrà a l’Aquila in agosto a dirigere i lavori “la cosa che mi piace fare di più” e che a metà settembre cominceranno a entrare nelle nuove case che si stanno costruendo. “lavoreremo giorno e notte, sabato e domenica, li metteremo sotto a un tetto in una casa completa di tutto, dalle lenzuola al frigo pieno, stupiremo il mondo”. E la gente presente in sala non ha potuto che applaudire fragorosamente. Trascinato dall’entusiasmo ha trovato anche il modo di liquidare con una battutina applauditissima , i suoi “nemici” di Repubblica, che si ostinano a non capire che lui “non è un santo” e che proprio per questo è tanto amato e apprezzato dagli italiani. Poi, dopo aver scherzato anche coi ragazzi della banda, ha fatto il chierichetto insieme a Formigoni rispondendo tutto serio alle preghiere del sacerdote incaricato di benedire la prima pietra del cantiere autostradale che ha inaugurato schiacciando il bottone che azionava la betoniera, ma aspettando che l’orologio digitale del cantiere segnasse le 13 in punto.
Insomma, un animatore nato, un padrone bonario e generoso, indulgente anche con quelli che pensano di poterlo inchiodare alle sue debolezze di vecchio seduttore in disarmo. Che ha avuto però un solo momento di durezza, molto applaudito anche questo, di cui va tenuto conto. A un certo punto parlando del ritardo della Brebemi provocato dal ricorso presentato a Bruxelles nel 2007, ha scandito: “In futuro useremo se occorre anche l’esercito contro gli ambientalisti che dovessero attaccare le grandi opere. Come abbiamo fatto a Napoli lo Stato saprà imporre le sue decisioni”. Ma è stato solo un attimo, subito dopo il sorriso e l’affetto per questo Paese, “pieno di belle figliole e di validi imprenditori” ha preso il sopravvento e la festa è continuata indisturbata. Gli ambientalisti e gli altri oppositori che non apprezzano sono avvertiti.
Il mercato italiano 2008 ha chiuso ancora in positivo a quota 20,3 miliardi di euro, agguantando un risicato +0,8%, ma il 2009 sarà un anno orribile per l’informatica nazionale.
Un crollo sotto quota -5,9% è infatti atteso dall’Assinform, l’associazione delle imprese italiane dell’IT aderente a Confindustria che ha diffuso ieri a Milano i dati della 3° indagine congiunturale sul settore condotta su un campione rappresentativo di aziende associate. “I dati indicano che siamo in piena ritirata – sottolinea Paolo Angelucci, neo presidente dell’associazione – due terzi delle aziende utenti, sia nell’industria che nei servizi, stanno tagliando la spesa destinata all’innovazione del parco tecnologico, rinviandola a tempi migliori con conseguenze pesanti per il nostro settore dove metà delle imprese prevedono cali significativi di fatturato”.
Conseguenze immediate di questa congiuntura negativa saranno, per il 25% delle aziende IT, la riduzione dell’occupazione fissa e il taglio delle consulenze con conseguente decadimento della qualità dei servizi erogati. A perdere terreno saranno nel 2009 soprattutto le vendite di hardware (-6,4%) e di servizi (-6,7%), mentre andrà meno peggio nel segmento del software (-3,6%).
Insomma un brutto inizio di mandato per Paolo Angelucci, ingegnere elettronico e imprenditore, 56 anni, dal 1981 presidente e amministratore delegato del Gruppo Cosmic Blue Team, azienda informatica con 56 milioni di euro di ricavi, 7 sedi in Italia e oltre 250 addetti, chiamato un mese fa alla guida di Assinform. Il mercato secondo l’indagine congiunturale delle imprese italiane di informatica ha stoppato non solo lo sviluppo dei nuovi progetti, ma ha ridotto nel 63% dei casi anche le spese correnti e di manutenzione del parco installato.Per reagire a questa deriva il neo presidente propone una risposta in due mosse partendo proprio dal nostro tradizionale ritardo sul terreno dell’innovazione visto come un’opportunità di crescita. “La spesa in telecomunicazioni e informatica procapite dell’Italia (1.430 euro) è inferiore del 25% a quella media europea (1.833 euro). Ci sono dunque grandi margini di crescita da recuperare. Il programma di Assinform per i prossimi quattro anni si concentra in queste due parole d’ordine: governare il rischio e progettare lo sviluppo”. In concreto ciò significa chiedere al Governo di estendere alle tecnologie digitali la detassazione degli utili delle imprese che investono in macchinari, misura prevista nel decreto anti-crisi (Tremonti-ter), oggi in Parlamento per la trasformazione in legge. Dall'altro chiedere alla banche di aprire specifiche linee di finanziamento per agevolare gli investimenti in tecnologie digitali da parte delle imprese industriali e di servizi.
La domanda di spazio continua a crescere anche in tempo di crisi. Si tratta di una domanda trasversale che interessa sia le aziende che le famiglie, i professionisti, le banche, gli enti locali e gli artigiani. Gli oggetti che non possono più trovare spazio in casa o in azienda sono i più diversi: mobili, opere d’arte, attrezzi, libri, semilavorati e gioielli, vestiti e strumenti musicali, ma soprattutto documenti che si è tenuti a conservare per anni e la cui massa aumenta continuamente.
La risposta delle società di logistica che si sono specializzate in questo servizio cerca pertanto di seguire il profilo delle diverse richieste con adeguate politiche di marketing. L’offerta di self storage ad esempio, che si rivolge indistintamente a tutti coloro che vogliono gestire autonomamente il proprio deposito di oggetti, è in espansione, anche se a un ritmo più lento e con dimensioni meno vistose di quanto accade in altri paesi.
Il business è nato circa 30 anni fa negli Stati Uniti e attualmente negli USA si contano più di 54.000 self storage. E' un'attività in continua crescita nel mercato americano dove si è registrata l'apertura di 15.000 nuovi siti negli ultimi 3 anni. La Gran Bretagna è stato il primo Paese europeo a sviluppare il servizio e oggi conta circa 860 siti. Nell'Europa continentale si contano 550 centri di cui il 30% in Francia. In Italia gli “alberghi delle cose” come vengono chiamati, sono per ora una cinquantina in tutto, ma stanno aumentando costantemente grazie anche all’attività di comunicazione e marketing che punta a illustrare il servizio come la soluzione più facile ed economica ad un problema comune a privati ed imprese.